[ 14:43 - mercoledì, agosto 19, 2009 ]



Senza titolo

"di solito ho da far cose più serie, costruire su macerie o mantenermi vivo..."

 



[commenti please] * considerazioni, allegria di naufragi * [ You need to confess ]


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[ 19:00 - martedì, luglio 07, 2009 ]



Scenario - The Indie-Rocker's Solipsism

Quanto ti piace scriverti addosso.

Ma un minimo di contenuti, invece di questo solipsismo indie-rocker "che merda la vita" ?

NattyD

Era iniziato tutto così. Qualcuno - amici tipo parenti, ma amici - parlando del più e del meno gli aveva manifestato con una risata di quelle cazzone che c'era qualcosa che non andava nella solita Routine: principalmente i commenti a quello che scriveva, che considerando il suo stesso interpretare quello che scriveva - tanto per ripetersi - pure bozze di bozzetti abbozzati e sbozzati (e considerando inoltre quanto amasse quella definizione per il suono che richiamava...boh, richiamava e basta), l'aveva portato a soffermarsi su un commento. Il Commento.
Il Commento in questione, che necessitava di una maiuscola per il suo meraviglioso apporto ad una giornata altrimenti grigia spiegava in poche parole quanto poco avesse in realtà fatto lui stesso per quel miserando Blog; non c'era troppo da dire e da fare, quando uno fuma schifezze a gambe incrociate sul letto di una stanza che assomiglia ad una tana, possibilmente nudo per risparmiare alla lavatrice l'obbligo di lavare troppo sudore da troppo poche magliette - ed il nero copre un casino le macchie ascellari, davvero - con una tazza di the caldo che fa fresco in barba alla termodinamica... beh, quando uno è tutto ciò, deve fare i conti con Il Commento.
Arriva quando uno meno se l'aspetta, come se dovesse mostrare qualcosa al mondo, o semplicemente esprimere un'idea. Nel tempo era arrivato a farsi un'idea degli ideatori dello schema del Commento: una qualche sorta d'Organizzazione segreta di critici che la sera escono a bere birra fra amici andando in giro con un braccio teso e l'indice congelato nel puntare qualcosa, o qualcuno, od uno in particolare, esprimendo pareri un po' autoreferenziali, ma senza dubbio pregni di significato. Il trucco è nei Termini, insegnavano questo da quelle parti: se butti termini complessi che sanno di post-moderno o post-it, la gente ci crede. Era una strategia seria quella dei Commentatori.
Questo Commento in particolare mostrava tutta la sua cristallina perfezione: c'era dell'Umanesimo in mezzo, che aveva costretto il povero scrittore a richiamare nei meandri della sua memoria la parola "Solipsismo". Che fa figo, dovette ammetterlo anche lui, la parola faceva figo. Poi almeno si danno counters a wikipedia entrando per non prendere il Battaglia e leggerne qualche pagina. Solipsismo. Per un attimo aveva pensato a scrivere una storia di quelle come uno si scrive addosso - altra cosa fantastica - dedicata ai Solipsismi. Poi si ricordò che è impossibile non fare Solipsismi su un Solipsismo, e se Il Commento ne era un cardine, avrebbe dovuto seguire la Strada intrapresa da chi l'aveva scritto, e fingere di non scrivere niente in merito, lasciandolo solamente al Titolo.
Poi, rimase qualche istante fermo alla ricerca dei contenuti: un abuso di budino al cioccolato gli aveva lasciato solo quelli intestinali, ed il fumare pesante li aveva spinti tutti lungo lo scarico. Rotto bisogna specificare, tanto da costringerlo ad utilizzare un secchio. Però c'erano i contenuti, li riconosceva via via che cercava d'esorcizzarli ad acqua calda: non quelli richiesti o necessari, magari la Spannung mancava, e l'Intreccio era più che altro un puntoBenedettoCroce mancato dove gli unici ferri usati sono quelli del Mestiere più antico del mondo, ma chi s'accontenta Gode insegnano, e lui in questo era un maestro; nel cinque contro uno scritto, non lo batteva nessuno.
Però alla fine passò oltre anche a ciò, e rimase solo la zona Indie-Rocker da affrontare: era troppo bella, la racchiuse in una cornice musical tematica, cercò pezzi Indie-Rocker adatti, e ci scrisse sopra un brano. Un brano senza senso, una riflessione piena di quelle cose tanto apprezzate e disprezzate a scacchi, come una serie di righe in bianco e nero sullo schermo di una vecchia Tv. E la dedicò - così come ora avviene - a quel NattyD, di sicuro una grande persona, se capace di esprimere così tanti concetti in due sole righe, quando a lui - purtroppo - gli ci era voluta un'Intera Storia per arrivare a farcisi sopra quattro risate.

Chapeau.



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[ 13:56 - domenica, giugno 14, 2009 ]



Diario di uno Psicolabile - Paradoxanoia

Considerando che se mi mettessi una barba finta non sarei io, e che se non fossi io la gente non mi potrebbe riconoscere.
Considerando che se davvero appendessi ogni mia paranoia al chiodo io non potrei sussistere come la reale incongruenza che sono.
Considerando che in un mondo dove anche il peggior secchio di sputi in realtà è il principe di un impero perduto a dadi una notte.
Considerando tutto questo, mischiandolo assieme, e sbattendolo con un mestolo finchè non diventa un'amalgama di congetture, sogni, speranze e puri deleri, io vi sfido:

Prendete una manciata dei vostri Incubi come fosser riso ai Matrimoni.
Prendete uno spicchio dei vostri Sogni per guarnire il bicchiere che bevete.
Prendete un pizzico delle vostre tare mentali per insaporire la vecchia minestra.
Prendete l'urlo più forte che possiate farlo, aprite la finestra alla notte e gridate.

Togliete ogni traccia di sanità mentale da quello che potreste credere il Vero.
Togliete ogni speranza di sopravvivere ad un'intera giornata d'ordinaria Follia.
Togliete ogni desiderio che il mondo finalmente notifichi la vostra Esistenza.
Togliete ogni capacità che l'uomo ha di creare una progenie che gli Somigli.

Fate ogni cosa e fatela gridando, soffrendo, graffiando e tagliando ogni singolo brandello di Vita. Finchè non ci sarà più niente da afferrare che non sia la vostra stessa pelle.
Ed allora, solo allora, iniziate a strappare. Strappate tutto, strappate tutto e continuate a gridare.

Strappate il Derma.
Strappate la Carne.
Strappate i Tendini.
Strappate i Muscoli.

Che rimanga solo l'Anima inchiodata a quattro ossa danzanti.
Che rimanga solo un Teschio dalle orbite vuote in cui piantare dei Fiori.
Che rimanga solo una Spina dorsale sinuosa come il Serpente Nidhogg.
Che rimanga solo la Sensazione di Esistere, neanche più la Certezza.

E lì, solamente lì, mostratevi per strada, camminate fieri come Scheletri disossati di ogni possibile Malinconia, di ogni possibile Paura. Rimanete gli Scheletri che ogni persona nasconde nei suoi armadi, e rimanendo tali lasciate che la Sporcizia del mondo vi si incastri addosso, vi riformi ogni parte del porto.

Diventate VOI la Sporcizia del Mondo.
Diventate VOI i vostri stessi Martiri.
Diventate VOI il Pessimo Esempio.
Diventate VOI il vostro solo Futuro.

E gridate. Continuate sempre a Gridare tutto ciò che la gente non vuole vedere, finchè non vi sarà un esercito di marionette ammaestrate che vi vorrà arrestare, vi vorrà fermare, o vi vorrà semplicemente seguire come se foste il paradigma di un qualche Dio rinato per puntare il dio al Cielo ed accecare con esso ogni altra Entità che abbia osato rubargli il piedistallo della fama.

Solo quando sarete arrivati a questo punto, potrete venire da ME a dirmi che siete Pazzi, che avete visto gli Abissi, che avete capito realmente cos'è la Vita e cosa nasconde agli occhi del Mondo.

Fino ad allora, Osservatemi e basta.



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[ 14:31 - mercoledì, giugno 10, 2009 ]



Wolf's Rayne.

Poteva essere stata una principessa un tempo.
Poteva avere danzato nelle migliori Corti, alle migliori feste e con i migliori abiti.
Un tempo.
Ma erano troppi "Poteva", troppo "Migliori", e tutto ciò che è Potenza diventa Atto solo se vi è la volontà di volerlo realizzare come tale: altrimenti si rintana ed affoga nella malinconia del probabile mai divenuto possibile, assieme a quei migliori che come note su un pentagramma erano intervallati da pause così lunghe da renderli dodecafonici, indegni di qualsiasi orchestra.
Era nata tempo fa, perchè sempre di tempo si tratta; e non era nata da sola, era nata con altri, come una maledetta cucciolata di cani da caccia dal pedigree più importante di quello dei loro padroni. Ed a quel tempo era tutto diverso, è sempre diverso quando si è persone di un certo livello e di una certa importanza, nella mente neonata c'è una blanda consapevolezza, un germe di poter servire a qualcosa di grande, portar qualcosa di bello nel mondo. Anzi, di Bello, con imperativo maiuscolo e categorico che implica in Fare, il Fare, il Fare.
Sempre, comunque, ovunque.
Era condannata a vivere in un mondo d'avverbi ossessivi, prima di venire Prescelta.
Ed è una cosa bella le dicevano, essere scelte vuol dire che si era speciali, particolari, diverse dalla massa, diverse da tutto. Chissà cosa avrebbe portato una scelta del genere, una vita del genere: chissà perchè proprio Lui, distante, autoritario, forte, voleva Lei, a prima vista troppo debole e fragile per servire a qualcosa? Ma bisogna obbedire, se si vive in mezzo a simili avverbi e potenzialità si può solo mettersi la veste migliore ed andare ad obbedire, a pensare, a sperare.

Sperò tanto da morire di essere stata Scelta per un motivo d'Oro e d'Argento.
Sperò tanto di morire per essere stata Scelta per un motivo di Cinghie e Frustate.

Una per ogni lettera del suo nome, una per ogni anno della sua vita, una per ogni riflesso sui suoi capelli, una per ogni lentiggine, per ogni neo, per ogni costola incrinata dai calci quando non si chinava in fretta. Ed un giro di cinchia ogni dieci frustate, per non permettere al corpo di scoprire subito i segreti per reggerne l'urto.

Un tempo ridendo diceva che i capelli erano colore del Fuoco, ora riusciva a malapena a paragonarli al sangue, a districarli dal sangue, mentre i nei erano oscurati dai lividi, le lentiggini dai capillari spaccati. Odiava tutto di sè, il suo corpo era troppo bello per non fargli far male fra le Sue mani troppo capaci nel colpirle l'anima passando da sopra la pelle. Odiava i capelli troppo morbidi per quanto provasse a nasconderlo, il volto magro di una bellezza da lupi, quei denti appuntiti per l'odio cresciuto nelle gengive, per la voglia di mordere, per l'aver morso ogni volta i legacci di quella maledetta sedia. Ed odiava Lui, l'Odiava con tutto ciò che di più caro c'è al mondo da sacrificare a quel sentimento bruciante; odiandolo, l'amava con la passione morbosa dei cani bastonati che riconoscono il reale Padrone, ne disprezzava il suono della Sua voce ed i brividi che le unghie aprivano nella pelle quando voleva ferirla; ne odiava i morsi perchè erano capaci di farle sanguinare orgasmi inadatti alla sua età, alla sua vita, a tutta quella giovinezza che ogni catena e collare le avevano strappato via. Dolorosamente. Febbrilmente. Selvaggiamente.

E forse un tempo avrebbe davvero Potuto fare ogni cosa, vivere in ogni modo, cercare ogni luogo con la gioia negli occhi, con il riso nel cuore, amando quel suono di nome così simile in altre lingue alla pioggia, a qualcosa di fresco che abbraccia. Ma era un altro mondo quello dei Poteva, come quello dei Potrebbe.

Ogni potrebbe futuro, ogni poteva passato, separavo un presente di possibilità fallite e cambiate, e quel nome - Rayne - così simile a pioggia, così simile a qualcosa di bello da sentire sulla bocca era diventato uno sputo di sangue e saliva sul volto della gente, chiuso dentro un collare aggrappato con ganci alla spina dorsale, senza speranza di uscire fuori neanche dopo notti d'amore. Perchè chi è stato cresciuto non come uomo ma come Cane prediletto dal proprio Padre, o Padrone, non può capire l'Amore, può capirne solo le rime in Dolore e pensare sia uguale, vada bene così, sia ciò che gli spetta. Non cerca più qualcosa di meglio, il Migliore, cerca solo nei campi e nelle bettole, nei vicoli e nelle strade non più un ballo di Gala, ma un giro di Cinghia e qualche Frustata che le scortichi il cuore, che le lecchi via con una lingua di cuoio il malessere incastrato nel suo cervello. Che ne annulli il nome, la voglia, l'identità. Che la lasci a marcire sperando che - diventando poi nulla, solo humus per terra - possa almeno avere la bellezza dentro di Sognarsi rinata in un fiore.

E probabilmente sarebbe una Rosa soltanto nel nome, a prescindere dal profumo che non potrà, ma sarà in grado di emanare.



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[ 04:57 - giovedì, maggio 07, 2009 ]



Il Treno e la Stazione

Che non è una favola sia chiaro, ma una summa di pensieri. Una storiella, un racconto, qualcosa che schiarisce la mente finendo su carta, niente di più. Perchè in fondo nella vita si è treni e si è stazioni, e sebbene i primi siano nati prima delle seconde, oramai son le seconde ad avere il ruolo di più vecchie in molti casi. E muoiono entrambi, ma questa è una cosa brutta, e lasciamola andar via.
Le Stazioni sono di sosta o sono d'arrivo, e questo le cambia e le stravolge: grandi quelle d'arrivo, cattedrali dove i viaggiatori ed i treni stessi, come fedeli, vanno a queste messe (in viaggio) abbastanza regolari, pronti a partire via. E non sono oggetti o luoghi, proprio come i treni: sono persone viventi, entità. Quelle di arrivo per quanto non sembri, sono più tristi di quelle di sosta, sperdute in un qualche paesino a non far niente se non far scorrersi sulla loro pelle di legno intonaco e pietra qualche treno frettoloso, accompagnate da alberi od oramai da panchine d'epoca e vecchi bigliettai impigriti. Anche le più moderne hanno un qualcosa di calmo ed indolente in sè, nonostante la fretta dei treni e dei passeggeri le stazioni di sosta non trattengono, non chiedono: sono case senza porte nè finestre, sono tunnel nell'anima.
E quelle d'arrivo hanno in sè la maggiore sofferenza della vita d'una stazione: l'illusione dell'arrivo che v'è nel nome. Perchè da loro non arriva mai nessuno in realtà, non si ferma mai nessuno troppo a lungo. Hanno il tempo - perchè ce l'hanno - d'accogliere nell'abbraccio delle loro mura i treni come amanti stanchi dei troppi viaggi, come figli od amici pronti a riempire quelle volte maestose e quelle vetrate di storie, racconti, profumi e colori incastrati fra i binari e le cerniere di qualche borsa mentre erano in viaggio. E le spolvera via da loro con il suo vento di stazione, che per come sono fatto le stazioni d'arrivo sono imbuti di scirocchi e tramontane, pozze di lacrime e risate. E le assorbono! Le assorbono in sè una per una le stazioni, non le lasciano più; non possono permetterlo sapete, di lasciar andar via il suono d'una risata, un sorriso, una lacrima od una storia: hanno solo quello le stazioni d'arriva, perchè quei treni come figli ed amanti alla fine partono sempre, è la natura dei treni in fondo viaggiare e non fermarsi mai, e le stazioni lo sanno. I treni che si fermano sono malati da riparare, o forse sono come gli elefanti, che salutano le stazioni come i loro cimiteri segreti. E difatti nelle stazioni d'arrivo ci sono anche questi treni vecchi e malandati, con la ruggine che sono le loro rughe che campeggia fra i vagoni, e loro stessi diventati stazioni di altre storie, visto dai vetri dei treni più giovani e scattanti con un po' di malinconia e meraviglia. "Come sarà stato viaggiare su quel vecchio treno?" dirà un passeggero. "Vecchio mio, buon arrivo" dirà un treno più giovane, che si parlano anche fra di loro nella loro lingua di rotaie e sbuffi.
E le Stazioni? Stanno, stazionano ma perchè non hanno ruote per viaggiare, o non possono più farlo. Le sentite mai scricchiolare le vecchie stazioni d'arrivo quando passate dentro una di loro, con il rumore di cavi e pareti che sembra un gemito di sforzo? No, non è nessun terremoto, nessuna paura: vogliono solo staccarsi dal suolo per partire anche loro, vedere anche loro il mondo che hanno troppe volte trovato riflesso in un treno adulto od in un bambino ultraveloce, che hanno visto negli abbracci fra i cappotti delle persone quando arrivavano d'inverno, o fra i sorrisi caldi dei ragazzi d'estate. Ma se le Stazioni andassero, chi potrebbe più aspettare i treni? Non le stazioni di sosta, loro danno una pacca, li fanno scalpitare, ma poi li lasciano andare. Senza una stazione d'arrivo a cui fermarsi un treno non potrebbe mai trovare la forza e la voglia per ripartire, correrebbe fino alla stanchezza, e poi s'accascerebbe in un angolo, finito. E dunque sopportano la loro forza e voglia d'avventura queste vecchie stazioni dalle braccia forti e dai sorrisi tristi, si mettono comode per ascoltare l'ennesima storia di un treno di lontano, e danno la voglia a quelli venuti da temporali e bufere di ripartire, dopo averli fatti asciugare e rifocillare.
E forse a volte la gente è davvero così, divisa fra treni e stazioni, ed a chi è toccata l'arrivo delle due sta il compito di riparare ed accudire le persone per poi lasciarle sempre andare, scuotendo sempre quelle mura che sono il suo corpo per la voglia d'inseguirli, ma sapendo di non poterlo fare, chè se passasse un altro treno bisognoso di qualche coperta di cemento e vetro sotto cui ripararsi, non la troverebbe senza la stazione a dargliela. E questa non è una favola quindi è senza morale, e non è una storia quindi non ha finale; è un insieme di pensieri e considerazioni, un racconto di sensazioni ed immagini. E' una stazione anche questa, ma forse più di passaggio, più da scrollata di spalle senza pretese, da sguardo per far ripartire. E va bene così, che è troppa la notte o poco il mattino, per impelagarsi in tutta questa filosofia e cabalette.



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[ 03:02 - martedì, maggio 05, 2009 ]



Nervosismo

Mese di Maggio.
Nel vento trasporto già
Ogni Livore.
(Haiku; 5-7-5)



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[ 00:44 - mercoledì, febbraio 11, 2009 ]



Meno Cinque...

Visto e considerato che non ne potevano più della loro malasorte incominciarono ad aggirarsi come s’aggirò quel famoso spettro per l’Europa…

Tutti evidentemente erano dei disgraziati ma ciascuno lo era in maniera differente, poiché la disgrazia colpisce i miseri, ma con incredibile fantasia nella sorte.

Difatti c’era quello che aveva perso la casa e quello che più semplicemente aveva perso le chiavi di casa, c’era quello che aveva perso la memoria e mò non si ricordava neanche più che cos’é che si era perso, c’era quello che aveva perso la ragione…  e insieme alla ragione aveva perso anche il torto. E infine c’era quello che aveva perso tempo e mò non c’aveva più tanto tempo da perdere…

 E difatti fu lui che disse: "Attenzione!"

 

"Tra cinque minuti comincia la rivoluzione!"

"Tra cinque minuti comincia la rivoluzione!"

"Tra cinque minuti comincia la rivoluzione!"

"Tra cinque minuti comincia la rivoluzione!"

"Tra cinque minuti comincia la rivoluzione!"

 

E nel mentre che s’aggiravano come s’aggirò il famoso spettro per l’Europa, si trovarono a passare sotto le finestre di quelli che una volta dicevano "Avanti Popolo!"

E dicevano "Avanti Popolo" perché mandavano sempre davanti il popolo e loro rimanevano indietro, magari d’un passo magari d’un metro perché loro ad andare davanti gli veniva da ridere.

E furono questi ultimi che con gli occhi rossi e la morte nel cuore videro lo scompiglio nelle forze dell’ordine che mò non erano più ne forti ne ordinate…

Difatti erano scappati i generali,  i tenenti, sottotenenti, nullatenenti, perfino i Pompieri di Viggiù da qualche minuto non c’erano più…

Per strada c’era soltanto qualche brigadiere in pensione che sventolava la dentiera…

Da si sa che anche i soldati sdentati capiscono come va la situazione, e si dissero sottovoce…

 

"Tra cinque minuti comincia la rivoluzione…"

"Tra cinque minuti comincia la rivoluzione…"

"Tra cinque minuti comincia la rivoluzione…"

"Tra cinque minuti comincia la rivoluzione…"

"Tra cinque minuti comincia la rivoluzione…"

 

Il capo dei capi della polizia e di tutti gli eserciti riuniti stava guardando in televisione un  programma sui gamberi in salsa rosa quando ci fu una spiacevole interruzione…

il giornalista autorizzato dalla redazione disse che purtroppo il programma del sabato sera, insieme al tirassegno sul negro che passa la frontiera, il telegiornale di Paperino, il Grande Fratello con suo cugino e le olimpiadi di mazza fionda non sarebbero più andati in onda "Perché – disse – saltata è la programmazione…"

"Perché tra cinque minuti comincia la rivoluzione!"

 

Cosi il capo dei capi della polizia e di tutti quanti gli eserciti riuniti per la prima volta nella sua luminosa carriera si sentì di essere la persona sbagliata nel posto peggiore,

lui che per tutta la vita era sempre stato cosi tanto sicuro di se, che le parole gli stavano in bocca come famosi quadri dentro ad un museo, adesso invece si vergognava che in una città cosi piena di sole sporcasse il muro con la sua ombra.

Cosi quella folla che s’aggirava come s’aggirò il famoso spettro per l’Europa smise d’aggirarsi, si fermò un istante incominciò a fare il conto all’incontrario come si fa la notte di capodanno aspettando e disse…

 

"meno 5

4

3

2

1"

-con un po’ di emozione-

"Gentili signori comincia la rivoluzione!"

"Gentili signori comincia la rivoluzione!"

"Gentili signori comincia la rivoluzione!"

"Gentili signori comincia la rivoluzione!"

"Gentili signori comincia la rivoluzione!"

-Ascanio Celestini - La Rivoluzione-



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[ 10:48 - domenica, febbraio 08, 2009 ]



Loveless

Ho amato come uno stronzo. Ho amato fino a spaccarmi il petto, a piangere, a gridare ed a non volere più amare. Ho amato con successo ed ho amato come un fallito, l'intero arcobaleno di stati d'animo connessi ad una parola me li sono vissuti. Mi sono logorato per amore, mi sono prosciugato per amore, mi sono rinsecchitto, avvizzito, spento, sciolto, corrotto per amore.
Ho vissuto l'Amore con la Maiuscola finchè non mi sono accorto che era solo una minuscola con scompensi ormonali; ho cercato di annullare l'amore con tutto ciò che avevo sottomano, dal cinismo all'eutanasia emotiva: ma ha sempre vinto, c'è questo germe dell'amore che vince sempre, ce la fa sempre, attecchisce peggio dell'influenza australiana, peggio della spagnola. Stai fermo, pensi ai cazzi tuoi, e sei innamorato. Anche di un badile inguardabile, ma la ami, la desideri, sei suo ma lei non sarà mai tua. E' come gettarsi contro una parete fingendola di gomma solo perchè non possiamo ammettere la verità.
E' malato l'amore che ho provato, che ho avuto, che ho vissuto. Era perfetto, era giusto, e non si dovrebbe mai parlar male dei sentimenti passati, non bisognerebbe sporcarli. Ma se era allora così perfetto giusto, dov'è la sua esistenza non legata al ricordo? Perchè non vi sono più lacrime per ciò che è stato, non vi è più rancore, ma solo prosa e concime? Forse deve lasciare letame dietro di sè l'amore vissuto, altrimenti non si potrebbe rendere fertile il cuore per provare ancora qualcosa, chissà.
Forse io stesso dovrei smettere ogni cosa, dovrei realmente smettere di provarci ancora, tentarci ancora, rischiare ancora dignità e decenza pur di poter Amare. Non mi fa bene, non mi farà mai bene, e come sempre è un'inutile parentesi ciò che provo io.
Quante volte, dannazione quante volte ci si è dedicati anima e corpo ad una persona che riusciva nella maniera più innocente del mondo a guardarci sputandoci addosso la sua solitudine, come se fossimo validi quanto un'escrescenza, quando un piccolo inutile brufolo da spremersi via? Perchè l'amore, quello vero, è egoismo: se non ce l'hai e lo vuoi la gente può anche marcire e morire, se non è quella giusta e quella amata può esser anche dio o la perfezione, ma non sarà nulla.
E c'è sempre, nella mente di chi Ama, questa propensione all'esser nulla, al diventare nulla. L'amore non corrisposto è poesia e lacrime dicono: sì, forse, ma più che altro è il diventare un secchio della spazzatura, un dettaglio. Sei utile se l'altra persona deve buttare qualcosa e non può riciclare, ma non ha voglia di starti vicino abbastanza per capire la possibilità d'essere umano anche te.

San Valentino è un Amore da puttane: ti vende sorrisi e ti spara in petto ricordi che vorresti negare od allontanare; comprare qualcosa di dolce, o pensare ad un pensiero innocente viene male in questo periodo: è commerciale, è sforzato, è ingiusto. Ed io ho amato talmente tante volte e talmente tanto male che a volte mi domando se non mi sono dimenticato come si fa.


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[ 12:38 - sabato, gennaio 31, 2009 ]



Leggende Montane

Danzava leggera senza sapere neanche cosa fosse la vita. Danzava in quel paese lontano, fra le montagne, sepolto dalla neve d'Inverno e baciato dal sole d'Estate. Sembrava incapace di comprendere sia il bene che il male, così l'unica cosa che faceva era Danzare. Non si ricorda nessuno da quanto tempo oramai facesse così, quanti erano i suoi anni od il suo nome. Era per tutti la Ballerina, la Danzatrice, od ogni altro nome che potesse adattarsi a quella realtà in cui era rimasta incastrata.
Aveva gli occhi un tempo celesti, ora glauchi, bianchi: anche nei paesi più belli non si sfugge alla malattia. I suoi vestiti erano quelli di tutto il paese: glieli offrivano loro assieme al cibo, alle cure, ad ogni bisogno. Perchè dava pace alla gente danzando, dava respiro ad ogni angoscia, ad ogni affanno, anche a quelli che nessuno pensava di avere. Mangiava pochissimo, tanto che ci si domandava a volte cosa avrebbe fatto una volta finito di girare in tondo per i campi sorridente a braccia aperte: forse sarebbe morta d'assenza, dell'impossibilità di seguire la sua strada. Se non poteva morire per cause fisiche pensavano, sarebbe morta per un male dell'anima, per la solitudine data dall'assenza dei sogni. Ma per il momento Danzava, e danzando sembrava in pace con mondo. I capelli erano scuri, erano scuri e lunghi, senza età come il suo volto ed i suoi occhi ciechi. Non li tingeva, ma non ingrigivano, non cambiavano mai. Bambini che ora erano Anziani ancora la ricordano danzare quando andavano nella scuola del paese, e nonne raccontano alle nipotine che nei giorni delle loro prime scoperte sui prati o i fienili danzarono anch'esse con lei, come se questo potesse fornire risposte a domande mai dette.
Lei non parlava, non parlò mai da quando giunse fino ad ora: Danzava, parlava con l'arte, con il suono, con il rumore dei passi. Era un ritmo che dava parole, immutabile eppure fluido, continuo eppure diverso: solo chi aveva vissuto con quei passi nella mente ogni giorno sapeva riconoscerne le variazioni, interpretarli, e sentire nelle orecchie quella musica che sembrava esser solamente sua.
Se mai morì un giorno, nessuno lo sa purtroppo. Lo stesso paesino pare essersi perso nel tempo, nei luoghi, nei confini di qualche stato o governo, nelle nebbie di qualche pianura troppo cresciuta, di una frana, di un'industria, del progresso e della realtà.
Ma si dice che da qualche parte la gente non sembri soffrire, che il progresso abbia portato la sua mano senza serrarsi con forza, che esista un paese sperso fra le montagne di un qualche luogo in Europa, dove una ragazza cieca continua a danzare tutto il giorno, circondata da gente che le porta cibo e vestiti; e che quella gente abbia tutto ciò che le serve dal mondo, e non chieda nient'altro. Che siano leggende o meno, basta solo il pensiero del possibile per fare uno zaino e prendere un treno per me.


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[ 23:07 - martedì, gennaio 06, 2009 ]



Ogni riferimento a fatti o persone realmente esistenti – e scriventi – è talmente tanto casuale da sembrare volontario.

Scenario
Acqua Calda e Lavori in Corso

Brucia. Brucia come la pioggia che continua a cadere da quando ho deciso di darmi da fare, di trovare Lo scopo. Non quello generico ambiguo quotidiano, che scivola sulla pelle e sull'anima nei giovedì di fine, che la settimana deve terminare, ma non siamo ancora al punto giusto per poter sospirare.

Ed eccoci qui. dicevo. Solo come un cane in mezzo agli annunci di giornale che parlano di lavori stratosferici a stipendi ineguagliabili: la solita trafila per bloccarti a casa a non fare un cazzo, o spedirti in giro a fare fin troppo. E la paga? Chi lo sa. Ma non riguarda me, almeno. In mezzo a quegli annunci stavo sondando il campo alla ricerca di chiunque potesse necessitare non di un qualsiasi pirla respiromunito in grado di parlare correttamente la propria lingua madre ed in possesso di capacità psicomotorie superiori a quelle di una casseruola; per quanto fossi certo che non esistesse, in ogni caso avevo preso in mano la situazione, agitata con foga, ed una volta scarica rimessa a posto.

In questa scena il nostro eroe – sempre io - imitava un famoso film facendo volare al soffitto un prezzo alle stelle, tanto per fargli fingere d'essere più serio di quello che recitava nero su grigiocartarovinatapiùmacchiadicaffè, quando lo trovo: Lo scopo. Era piccolo, inutile, dimenticato; era la versione potenziale della mia vita attuale, da qui a cinque anni a questa parte. Cercavano un giornalista di nera, la gavetta più orribile che potesse capitare a chi sa scrivere due parole in croce, o fare anche un ragionamento sensato. Andare in giro per obitori ed ospedali cercando il morto, lo scomparso, il rabbioso e l'ignavo, la feccia di una società che sembra avere sempre più l'intestino sciolto e la fame d'un lupo. Ma erano soldi facili, o puliti, ergo si doveva fare: i soldi in seguito li avrei sporcati nel mio stesso lavoro, assieme alla giacca ed alla coscienza.

Brucia, quindi, e bruciava anche il giorno in cui sono uscito per strada, quella maledetta pioggia d'inverno fredda come gli addii; non era primavera in quella città, non lo sarebbe stato mai, e già l'autunno era una speranza ridicola in un'orizzonte disperato.

Il pensiero di un guadagno dopo così tanta inattività me lo stava facendo tornare duro, e la donna da tre soldi sotto all'ombrello mi promette di darmi una mano a risolvere i miei problemi. Accelerai il passo, ma solo per il momento: non volevo rischiare di diventare l'argomento del mio ultimo articolo.

 



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Someone.

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Rosen.

Rosen

Un quarto di secolo portato tanto male che fra poco diverrà un quartopiùuno, misura inventata per l'occorrenza; pare sia un Gatto, fonti certe attestano sia randagio, declami parentali recitano "un povero idiota". Si tende sempre a credere all'ultima voce rispetto alle prime, ma in questo caso è consigliabile affermare anche che Rosen è un'Ombra. Qualcosa che va bene così. E' Scemo, ed è indubbio, ma è anche Stronzo, ed è assodato. Cinico quanto un Muffin direbbero, ma si scorderebbero d'aggiungere "Vecchio di tre anni e tenuto al caldo". Sì, con i vermi. Quei vermi. Quelli pelosi. Schifo vero? Siete voi che avete letto fino a qui. Ah, se continuate a leggere vi verrà il Cancro. No dai, scherzavo: era prima, ora c'è la Psoriasi. E poi Rosen è una Cuspide. Un quinto Ariete, quattro quinti Toro, con una spruzzata di Leone per ascendente: da spararsi in faccia. Sto continuando a dire cazzate perchè voglio occupare questo spazio. Comunque Rosen è sempre Rosen, vive sempre a Roma, è uno Studente quasi Laureando, ed è considerato un esperto in ogni campo dello scibile umano da sè stesso, soprattutto se ha fumato molto. E lui fuma molto. E beve molto. Anche l'acqua a volte, ma solo se l'ha precedentemente allungata.